a cura di Felicia Lamonaca
Le strade settecentesche di Forio erano piene di malviventi, che
impegnavano a fondo i soldati. Un giorno questi, mentre perlustravano
le campagne di Monterone, videro in un vicoletto chiamato del Carrubio,
un uomo che accortosi della loro presenza, fuggì. Uno dei
soldati, insospettitosi, gli sparò. Solo dopo il tragico
incidente, gli sbirri si resero conto che l'uomo ferito mortalmente non
era un malvivente, ma il muto di casa D'Ambra, il fratello di Caterina
D'Ambra.
Caterina D'Ambra era molto legata al giovane e appena la raggiunse la
notizia della morte di quest'ultimo, giurò di far pagare a
caro
prezzo il sangue sparso dal consanguineo. Sapeva che i soldati nei
giorni di festa erano soliti riunirsi, festeggiare e bere fino a tarda
notte. Così, attese il primo giorno di festa, con l'intento
di
consumare la sua vendetta. Aiutata dalla cugina e da altri parenti
arrivò all'ingresso della caserma, nei pressi della spiaggia
di
Monticchio, vicino all'ingresso del paese, e rimase in ascolto per
qualche istante. I suoi sospetti erano fondati: i soldati dormivano in
preda al vino, russando.
I quaranta uomini, armati di ferro, di zappe, di zolfo, di legna, scale
e altro, eseguirono gli ordini della donna e avvicinatisi alla caserma,
addossarono alla parete della costruzione una scala. Caterina vi
salì con la cugina, raggiungendo il tetto, mentre gli altri
parenti occuparono il loggiato, per impedire ai prigionieri un
eventuale fuga.
Caterina salita sul tetto si avvicinò al camino,
sollevò
il coperchio del condotto e chiese ai suoi di portarle la legna, lo
zolfo e la polvere per appiccare il fuoco. Il fumo era densissimo e
soffocante. I soldati ubriachi non ebbero il tempo di fuggire e dei
dodici presenti se ne salvò solo uno! Soddisfatta del
risultato,
Caterina sorrise, senza badare alle mani scottate, al volto annerito
dal fumo, alle vesti bruciacchiate e ai capelli scompigliati: la
vendetta era compiuta!
I rintocchi di una campana la ridestarono, ricordandole, che era ora di
scappare. Ordinò la ritirata e tutti si dispersero,
abbandonando
gli infelici al loro destino. Dopo tale atroce delitto, Caterina si
rifugiò nella Chiesa di S. Lucia e lì vi rimase
per ben
dodici anni, godendo del diritto d'asilo. I suo complici, invece,
grazie al suo aiuto, per un po' di tempo, restarono a Forio, prestando
particolare attenzione ai rintocchi della campana di S. Lucia, con la
quale Caterina avvertiva i suoi complici, che i soldati erano sulle
loro tracce. I parenti, che avevano partecipato all'efferato delitto,
si nascondevano nelle montagne, per riuscirne, quando le acque erano
calme.
Dopo dodici anni, i sopravvissuti ottennero la grazia e Caterina fu
riabilitata. Ma dell'efferato gesto, compiuto intorno ai quindici anni,
mai si pentì.
Anzi, alla nuora, che la invitava a chiedere perdono a Dio per il
delitto compiuto, ella rispondeva: «Se di coloro ne avessi un
dito me lo mangerei in due panelle; mi uccisero un fratello! - Che dici
di cercar perdono a Dio? - Sono ancora dolente che uno se ne
salvò!» (D'Ascia, p. 200).
Bibliografia: La scheda è stata redatta rielaborando stilisticamente la storia narrata nel volume:
GIUSEPPE D’ASCIA, Storia dell’isola
d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist.
1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], pp. 197
– 200.