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Section Tradizioni/Viticoltura/Antichi mestieri legati alla viticoltura
di Raffaella Di Meglio

Per molto tempo il vino ha rappresentato l’unica fonte di sussistenza per gli isolani, condizionandone usi e costumi e votandoli ad una vita di duro lavoro e di sacrifici, sostenuta da un forte attaccamento e amore per la terra.

La civiltà contadina nacque e si sviluppò tra la fine del XVIII secolo e la seconda metà del XIX, in seguito alla frammentazione della grande proprietà terriera. I grandi proprietari, spesso incapaci di gestire l’azienda per ignoranza e disinteresse verso il reale lavoro richiesto dalla coltivazione della terra, erano costretti a vendere i fondi, a cominciare da quelli meno produttivi, in quanto pietrosi o esposti al vento ed alla salsedine. Furono i mezzadri, i coloni e gli zappaterra che la terra la lavoravano e la conoscevano vivendo a stretto contatto con essa, ad acquistare questi terreni trasformandosi in piccoli proprietari, in piccoli coltivatori diretti. Essi vi costruirono le proprie case ed intensificarono le colture, utilizzando ogni prodotto della terra, senza sprecare nulla.

Forio, rispetto agli altri comuni isolani nei quali lo sfruttamento delle risorse termali ha soppiantato la coltivazione della terra, ha mantenuto più a lungo questa vocazione agricola e commerciale, in cui si è sempre distinta sia per la quantità che per la qualità dei suoi lavoratori.

Significative a questo proposito sono ancora una volta le parole dello storico locale Giuseppe D’Ascia:



L’industria principale del Comune di Forio è l’agricoltura: questo Comune è eminentemente agricolo; della sua popolazione quattro quinti sono addetti a tale mestiere, vuoi da agricoltori, vuoi da braccianti, vuoi da coloni e vignaioli, vuoi da possidenti che sorvegliano ai lavori agrari de’ loro fondi, con una tenacità, con una persistenza ed una indefessa cura, che è singolare ed unica nell’isola. […] Bisogna perciò dare questo vanto ai Foriani, di essere i migliori agricoltori, e di coltivare i fondi a preferenza degli altri loro vicini.[1]


Intorno alle varie fasi della produzione del vino, dalla coltivazione alla vinificazione al trasporto alla vendita, ruotavano una serie di figure, di mestieri, di saperi, di attrezzi, simboli di una civiltà contadina ormai quasi del tutto scomparsa. Persino al consumo del vino era legato un mestiere particolare, quello dei nevaioli, che raccoglievano durante l’inverno la neve caduta nel bosco della Falanga e la vendevano nei mesi estivi per rinfrescare il vino.

Oggi la stessa figura del viticoltore che ricavava dalla sua piccola azienda agricola a conduzione familiare il necessario per vivere, coltivando, oltre alla vite, alberi da frutta (agrumi, fichi), legumi, ortaggi, allevando conigli, galline, maiali, è quasi scomparsa o è diventata una sorta di figura mista. Il podere non esiste più e le famiglie che possiedono per eredità appezzamenti di terra, pur continuando a coltivare la vite per tradizione familiare, hanno come principale fonte di reddito un’altra attività, in gran parte dei casi legata al settore turistico o al commercio.

Alcune testimonianze di questa antica civiltà e cultura sono conservate nel Museo Contadino di Casa D’Ambra a Panza.

Il contadino e l’agricoltore

Tra gli agricoltori esistevano dunque svariate figure, appartenenti a diversi gradini della scala sociale.

La posizione inferiore era quella dello zappaterra o bracciante che, percorrendo le mulattiere, raggiungeva il fondo da zappare all’alba e vi restava fino al tramonto, con tre o quattro brevi interruzioni. Prima di iniziare il lavoro si arrotolava degli stracci intorno alle gambe sopra i pantaloni a mo’ di stivali fermandoli con giunchi.

Per ogni filare di vite occorrevano due zappaterra che dovevano lavorare in sincronia. La zappatura avveniva secondo operazioni e tecniche ben precise: rivoltando il terreno, si metteva da parte la gramigna, si tagliavano le radici delle viti che affioravano e si “accannavano” le viti, ossia si poneva del terreno pulito intorno al tronco delle piante. Durante la giornata il padrone controllava il lavoro svolto e portava agli zappaterra la “saccapana” o la “scolatura”, bevande “povere” dal sapore di zolfo e poco dissetanti riservate ai braccianti per non farli ubriacare. La “saccapana” si ricavava dalle vinacce spremute e sottoposte alla torchiatura, mescolate ad acqua. La “scolatura” era ottenuta dalla “feccia”, ossia il deposito di vino in fondo alla botte, con l’aggiunta di acqua.

Dopo sei ore di lavoro era concessa loro una breve pausa per mangiare in piedi pane e qualche sarda salata o un piatto di patate e cipolle se il padrone era buono, altrimenti gli zappaterra dovevano portarsi il pane da casa e le sarde venivano lanciate dal padrone perché i braccianti non lasciassero il filare. Solo verso il termine della giornata, prima delle ultime ore di lavoro, potevano sedersi al tavolo e ristorarsi con un piatto caldo, una zuppa di fave cotte o di fagioli o ritagli di pasta. La paga arrivava di solito in occasione delle feste natalizie, dopo la vendita del vino.[2]

A un gradino superiore rispetto allo zappaterra era il mezzadro, che lavorava un fondo per conto di possidenti spesso appartenenti a nobili famiglie napoletane. Sottoposto dal padrone a un ritmo di lavoro molto intenso, era obbligato a consegnare al proprietario la metà dell’uva vendemmiata e una determinata quantità di tutti gli altri prodotti raccolti durante l’intero anno. [3]

Il piccolo contadino riduceva a pochi metri quadri lo spazio da destinare alla propria casa pur di ritagliare terreno per la coltivazione della vite che veniva piantata dovunque fosse possibile.

Chi, a costo di enormi sacrifici e di risparmi, riusciva ad acquistare un appezzamento di terreno dai grandi proprietari e a diventare da mezzadro o bracciante coltivatore diretto, poteva contare sui proventi ricavati dalla vendita del vino. I piccoli coltivatori diretti potevano permettersi di coltivare in una parte del terreno anche piante da frutta, come fichi e aranci, e di costruirsi abitazioni ampie e ben arredate, dotate di gabinetto, di una cucina spaziosa, di terrazzi.[4]

D’Ascia ha lasciato del coltivatore diretto, instancabile lavoratore e vero e proprio padre padrone, una descrizione degna di un romanzo verghiano:



Il proprietario che in Forio coltiva i fondi a suo conto, precede i lavoratori al mattino nel levarsi; li sorveglia senza lasciarli un momento durante i lavori del campo, per tutta una giornata, per quanto fusse cocente il sole, per quanto fredda la temperatura, e senza curare il gelo, o il caldo; o i cocenti raggi, o la fredda brina sta a vigilare e dirigere i braccianti, sia quanto si voglia agiato e comodo di casa sua. [5]


Il mastro parracinaro

Era il costruttore delle parracine (parola derivata dal greco parà oikos= accanto alla casa), i muri a secco (costruiti senza uso di malta) che servivano a delimitare i vigneti impiantati sui terreni collinosi e sui pendii delle montagne sistemati a terrazzi .Ancora oggi sfidano intatte il trascorrere dei secoli caratterizzando la fisionomia delle campagne isolane, a testimonianza della faticosa storia della viticoltura isolana.

Le parracine venivano costruite con pietre locali di tufo verde per lo più trovate sul posto. Dietro l’apparente semplicità e precarietà della costruzione si nascondono un’abilità ed un’esperienza non comuni nel taglio e nella posa della pietra, che solo alcune persone, i mastri paracinari appunto, possedevano. Seguendo le venature delle pietre, con un semplice martello tagliapietre i mastri ne ottenevano dei pezzi sagomati e maneggevoli che poi disponevano uno sull’altro incastrandoli tra di loro senza uso di calce o di cemento. I muri potevano superare anche venti metri di altezza.[6]

Secondo la testimonianza di D’Ascia, i mastri paracinari di Forio erano tra i più abili di tutta l’isola: “Non vi son altri i quali sapessero costruire così bene quelle muraglie di pietre a secco, che chiudono i fondi de’ Foriani, e che riparano le vie rurali, che i così detti maestri parracinari di Forio”[7].

Lo stagnino

Lo stagnino svolgeva un lavoro prezioso. Nella sua bottega nera di fuliggine costruiva e riparava vari attrezzi e oggetti legati alla viticoltura: la pompa per irrorare il solfato di rame, il mantice per cospargere di zolfo i grappoli d’uva, la zappa, il manico in ferro per il portello della botte. [8]

Il mastro bottaio

Anche la costruzione della botte, come quella delle parracine, richiedeva forza e abilità particolari.

I mastri bottai costruivano sia i recipienti per il mosto e per il vino, quali botti, barili, la varrecchia, sia i contenitori per il trasporto dell’uva, quali tini, cupelle e ‘u tavut. La varrecchia, una piccola botte da 5 o 3 litri, era detta anche “tangente dei carrettieri” perché veniva regalata piena di vino ai carrettieri per evitare che durante il trasporto sostituissero il contenuto dei barili con acqua. ‘U tavut era invece un contenitore di legno di forma rettangolare utilizzato per il trasporto dell’uva a dorso del mulo.

I mastri bottai utilizzavano prevalentemente il legno di castagno, poco adatto ma presente in abbondanza nei boschi isolani; per commissioni speciali (amici, nuovi clienti) inserivano alcune doghe di legno di ciliegio in modo da conferire al vino un aroma particolare.[9] Le botti più pregiate erano realizzate in rovere, utilizzato ancora oggi.

Per costruire una botte servivano circa venti pezzi di legno. Il mastro li modellava poggiandoli sul fuoco per curvarli al centro; una volta curvate e raffreddate, le doghe venivano inserite tra i cerchi già “chiovettati”, uno deposto al suolo, l’altro sollevato. Successivamente il mastro infilava il terzo cerchio, che fermava al centro, in corrispondenza della maggiore curvatura delle doghe. Tra una doga e l’altra metteva foglie di canapa e fango e chiudeva le due aperture della botte, superiore e inferiore, con due coperchi, detti “tompagni”. Servendosi di due attrezzi, lo “stampo”, un martelletto concavo, e la “mazzetta”, un altro martello piccolo, dava alla botte dei colpi ritmici in modo da far combaciare e aderire perfettamente doghe, cerchi e tompagni.[10]

Questo antico mestiere è sopravvissuto sull’isola fino agli anni Sessanta.

Alcuni contadini conservano ancora oggi negli antichi cellai le botti in legno, che nelle cantine moderne delle grandi aziende sono state affiancate da silos d’acciaio. I contadini restano custodi di un’arte e di un sapere antichi derivati da un profondo rapporto con la terra. La pulitura delle botti secondo il metodo tradizionale, ad esempio, è una procedura accurata e laboriosa effettuata con scopettoni e scope realizzate con erica, mirto e foglie di canna. L’operazione si conclude con un ultimo lavaggio di acqua calda aromatizzata con foglie di agrumi, rosmarino e lauro che serve ad eliminare gli odori del legno. Durante la pulitura delle botti si estrae un tipo di salnitro prodotto dai residui della vinificazione che si depositano sul fondo delle botti sotto forma di crosta.[11]

Per tamponare eventuali fessure tra le doghe delle botti vengono usate foglie secche di una pianta denominata nel dialetto locale paglie ‘e vetture (nome scientifico Typha angustifolia). Durante la fermentazione le aperture superiori delle botti sono coperte con foglie di fico, in modo da permettere la fuoriuscita dell’anidride carbonica prodotta e da impedire l’ingresso di corpi estranei. Altri tappi, detti piruli, costituiti da pezzi di rami secchi di salice, sono utilizzati per chiudere i buchi della parete frontale della botte da cui è spillato il vino. [12]

Le muffe che crescevano sulle botti costituivano un feltro dal quale si ricavavano gli stoppini per le lampade ad olio, chiamate in dialetto locale cannele, utilizzate prima dell’arrivo sull’isola dell’energia elettrica per illuminare le cantine e le case rurali: il feltro, strappato dalle botti, veniva lavorato con le mani, mescolato con sugna e arrotolato fino ad ottenere lo stoppino.[13]

Il sensale del vino

I sensali, presenti in tutte le zone dell’isola, accompagnavano i mercanti del vino provenienti da Ischia Ponte in giro per casolari e cantine dell’isola per la scelta e l’acquisto del vino.

Una sorta di rituale precedeva l’eventuale acquisto. Il contadino riempiva un bicchiere preso dal “cannuolo”, una canna con vari incavi, e lo porgeva al mercante, il quale, dopo averne osservato il colore e la limpidezza agitandolo contro luce, lo passava al sensale. A lui spettava il giudizio finale: assaporava il vino, lo annusava ed esprimeva il suo responso. Se questo era positivo, il mercante concludeva l’affare: dopo aver battuto il fusto del vino con il manico di un bastone che portava sempre con sé per verificare, sulla base del suono prodotto, l’effettivo riempimento del barile, concordava con il contadino il giorno in cui sarebbe passato il carrettiere a prendere il vino.

Al sensale spettava anche il compito di misurare il vino per stabilirne la gradazione ed il prezzo. A questo scopo il contadino gli consegnava un campione di vino in una boccetta; la gradazione veniva misurata con una macchinetta artigianale per la “bruciatura” del vino e segnata su un biglietto incollato sul campione.[14]

Il carrettiere e il ciucciaro

Il carrettiere caricava i barili di vino e li trasportava pieni del prodotto appena spillato dalle botti. Prima dell’alba raggiungeva il cellaio con il carretto trainato da un mulo, sul quale erano già stati sistemati i barili legati con funi. Dopo aver battuto piccoli colpi sul “piercio” con il maglio di legno, la botte veniva stappata; veniva immessa una “cannola” da dove il vino scolava nei barili adagiati sul tino. I barili, riempiti e sigillati, venivano infine caricati sul carretto per effettuare la consegna.[15]

A dorso di un mulo i contadini percorrevano le mulattiere che si inerpicano tuttora nelle zone interne dell’isola. Durante la vendemmia il mulo era utilizzato per trasportare l’uva: il ciucciaro poneva sul dorso dell’animale ‘u tavut, una cassa di legno che poteva contenere sei tine colme di grappoli d’uva, tre per lato, del peso di circa cinque quintali. Recentemente sui vigneti in forte pendenza, come quello dei Frassitelli, dove nemmeno i muli riescono ad arrivare, sono state installate delle monorotaie in acciaio che hanno consentito di accelerare notevolmente il trasporto delle cassette di uva e di risparmiare ore di lavoro ed enormi sacrifici.

Il mulo poteva anche trasportare quattro barili di vino dai cellai dove non poteva arrivare la “carretta”. Il ciucciaro sottoponeva il mulo ad un lavoro stremante e ininterrotto dall’alba alla sera inoltrata.[16]

Il rilevante ruolo sociale ed economico ricoperto dai carrettieri e dai ciucciari all’interno di un’economia prevalentemente contadina, quale era fino alla metà del secolo scorso quella isolana, è testimoniato dall’esistenza di una vera e propria corporazione che riuniva mulattieri, carrettieri, proprietari di cavalli, la “Società dei Ciucciai”, una società di mutuo soccorso fondata nel 1901 e attiva fino agli anni Cinquanta.

Nel 1905 il consorzio edificò una cappella dedicata a S. Antonio Abate, protettore degli animali e patrono della Società, in località Piellero a Forio, ancora oggi esistente. Il giorno della festa del santo, il 17 gennaio, almeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso, i corporati conducevano alla cappella i cavalli e i muli ornati con campanelli e nastri per farli benedire. Si svolgevano poi delle gare di velocità di cavalli che, scrive l’antropologo Ugo Vuoso, «ritualizzavano la norma quotidiana della corsa ad accaparrarsi il viaggio (per il trasporto dei barili di vino) […] L’intero contesto rituale tendeva a controllare i rischi connessi alla perdita del bene-cavallo».[17] Sebbene la “Società dei Ciucciai” fondata nel 1901, avesse fissato un calmiere dei prezzi per il trasporto dei barili, il diritto al viaggio lo conquistava infatti chi riusciva ad arrivare per primo alla cantina. Per questo motivo spesso i carrettieri organizzavano veglie di attesa prima dell’alba con gare di velocità per ottenere il viaggio.[18]

Figure collegate a quella del ciucciaro erano quelle del tosaciucci e del ferracavalli.


[1] G. D’Ascia, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], pp. 363-364.

[2] A. Polito, Com’era il mio paese, Forio, Centro di Ricerche Storiche D’Ambra, 1991, pp. 107-110; Vuoso Ugo, Di fuoco, di mare e d’acque bollenti. Leggende e tradizioni dell’isola d’Ischia, Lacco Ameno, Imagaenaria, 2002, pp. 115-119, 129-131.

[3] A. Polito, op. cit., pp. 105-106.

[4] A. Polito, op. cit., pp. 103- 104.

[5] G. D’Ascia, op. cit., p. 364.

[6] A. Polito, op. cit., p. 145.

[7] G. D’Ascia, op. cit., p. 364.

[8] A. Polito, op. cit., p. 144.

[9] R. Vallariello, Flora dell’isola d’Ischia. Usi e tradizioni popolari, Lacco Ameno, Imagaenaria, 2004, pp. 178-179.

[10] A. Polito, op. cit., pp. 115-116.

[11] R. Vallariello, op. cit., p. 176. Tra gli antichi mestieri esisteva anche quello della raccolta del nitro che veniva utilizzato per i fuochi d’artificio (comunicazione personale di Andrea D’Ambra).

[12] R. Vallariello, op. cit., pp. 177-178.

[13] R. Vallariello, op. cit., pp. 181-182.

[14] A. Polito, op. cit., pp. 111-113.

[15] A. Polito, op. cit., pp.117-118; U. Vuoso, Di fuoco, di mare e d’acque bollenti. Leggende e tradizioni dell’isola d’Ischia, op. cit., pp. 134-135.

[16] A. Polito, op. cit., p.119.

[17] U. Vuoso, “Il ciclo di carnevale nell’isola d’Ischia”, in Centro di Studi sull’Isola d’Ischia, Ricerche, contributi e memorie. Atti relativi al periodo 1970 – 1984, vol. II, Ischia, 1984, p. 282; sulla Società dei Ciucciai cfr. U. Vuoso, Di fuoco, di mare e d’acque bollenti. Leggende e tradizioni dell’isola d’Ischia, op. cit., pp. 134-135.

[18] U. Vuoso, Di fuoco, di mare e d’acque bollenti. Leggende e tradizioni dell’isola d’Ischia, op. cit., pp. 134-135.

Giovanni Maltese, Uomo con la pipa (contadino), 1880-1890, Torrione, Museo Civico Giovanni Maltese

Parracine (località Montecorvo)

Tini, barili, varrecchie, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

Varrecchie, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

'U tavut, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

Tompagno, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

Cantina (Foto di Anna Capodanno)

Botti con salnitro, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

Carretto, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

Pannello maiolicato raffigurante S. Antonio Abate, 1905, via Piellero

Cappella dedicata a S. Antonio Abate, 1905, via Piellero

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Comune di Forio d'Ischia Regione Campania Dipartimento di Discipline Storiche "E. Lepore"