di Raffaella Di Meglio
La vendemmia si svolge nella maggior parte
dell’isola tra
metà settembre a metà ottobre, a seconda delle
zone e dei
periodi di maturazione. L’uva viene ancora oggi raccolta a
mano e
trasportata a spalla in ceste o piccole cassette in modo da garantirne
l’integrità; in alcune zone si utilizzano ancora
muli e
asini (questi ultimi fino all’Ottocento unico mezzo di
trasporto), mentre nei vigneti più impervi e ripidi, come
quello
in località Frassitelli, situato alle falde del monte Epomeo
a
circa 500 metri sul livello del mare, sono state introdotte monorotaie.
I contenitori tradizionali per il trasporto dell’uva, tutti
in
legno di castagno, sono tini, cupelle
e ‘u tavut,
una cassa di forma rettangolare utilizzata per il trasporto a dorso del
mulo.
La vendemmia, soprattutto in passato,
rappresentava
un evento talmente importante da coinvolgere l’intera
famiglia.
Poiché una buona raccolta rappresentava l’unica
fonte di
guadagno del contadino, l’avvicinarsi del periodo della
vendemmia
creava un’atmosfera carica di attesa e di apprensione: una
pioggia, una grandinata, una tempesta potevano compromettere
l’annata. La settimana precedente ci si dedicava ai
preparativi
che richiedevano molto lavoro e fatica e comprendevano la pulitura con
acqua bollente del palmento, del torchio, dei tini, il lavaggio
accurato delle grosse botti, in cui si entrava per sciacquarle
più volte con acqua calda e strofinarle
all’interno con
una scopa dura di mortella.
Fasi della vendemmia e
della vinificazione
Il giorno della vendemmia le operazioni
da svolgere
erano tante e richiedevano velocità e destrezza.
L’uva era
talmente preziosa che ogni residuo delle diverse fasi di lavorazione
veniva riciclato e riutilizzato.
La raccolta
dell’uva
iniziava di primo mattino. I grappoli venivano recisi dalla vite con
coltelli ricurvi o con forbici e fatti cadere nei tini, recipienti di
doghe di legno che erano poi trasportati fino alla cantina a spalla o,
in caso di lunghe distanze, a dorso di muli. L’uva da tavola
destinata al consumo familiare era invece raccolta nei canestri o in
contenitori di canna e vimini dette “cufanelle”.
Fino a
qualche decennio fa alle donne spettava il compito di raccogliere
l’uva detta cuglienara,
caratterizzata da acini grossi, dalla quale, una volta essiccata, si
ricavava il vino “sorriso”.[1]
I bambini tenevano dei cesti in cui le madri mettevano i grappoli
più belli da appendere al soffitto della cantina in
occasione
del Natale[2].
L’uva raccolta nei tini veniva
portata nella
cantina e scaricata nel palmento, una grande vasca in lapillo battuto
dove avveniva l’operazione della pigiatura,
detta “a’ carcatura”: uno o
più uomini
entravano nel palmento a piedi nudi e, immersi nei grappoli
d’uva
fino all’anca, premevano i grappoli alzando le gambe con un
movimento ritmico e veloce, che spesso accompagnavano intonando canti.
Questa procedura esisteva fin nell’antichità, come
testimoniano tracce di palmenti magno-greci nell’isola.
Il mosto
ricavato dalla prima pigiatura si riversava attraverso un foro del
palmento in un’altra vasca più piccola, dove
veniva
raccolto in apposite tinozze di legno, ‘u
t’niell’e, poste sotto ‘u
doce,
il monolite di pietra vulcanica forato al centro che collegava il
palmento superiore con quello inferiore. Attraverso imbuti di legno il
mosto dalle tinozze veniva riversato in grosse botti dove avveniva la
fermentazione,
mentre il liquido fuoriuscito e depositato sul fondo del palmento
inferiore veniva recuperato con una paletta di legno con
un’estremità rivestita di lamierino metallico,
detta
‘a sassola.
Per far scorrere liberamente il mosto
verso ‘u doce
le vinacce residuo della spremitura venivano ammassate lungo le pareti
laterali del palmento. L’operazione era chiamata ‘u
munacielle
(da munaccie
= vinaccia).
La fase successiva era quella della torchiatura
che, prima dell’avvento del torchio a vite, detto anche di
Plinio
(un esemplare tedesco del 1486 è esposto nel Museo Contadino
di
Casa D’Ambra), avveniva con il cosiddetto torchio di Catone,
caratterizzato dall’uso della pietratorcia.
Questo sistema di torchiatura, risalente almeno al II sec.
d.C.,
è stato utilizzato sull’isola fino a
cinquant’anni
fa. La vinaccia veniva ammassata al centro del palmento superiore
formando ‘u
murillo,
sul quale venivano poste tavole a più strati che reggevano
un
pezzo di legno utilizzato come alloggio per un lungo palo di castagno.
Ad un’estremità del palo erano legate due corde
che
reggevano un altro elemento ligneo, ‘u
mul’nielle,
al quale era legata con una fune ‘a
preta torcia,
un grosso e pesante masso di tufo verde dalla forma simile ad una
campana. Con l’abbassamento graduale del palo si otteneva una
torchiatura soffice della vinaccia che durava due o tre giorni.
Il mosto ricavato dalla torchiatura
veniva aggiunto
a quello vergine. La botte veniva coperta con una foglia di fico. La fermentazione
durava
30-40 giorni.
I contadini conoscevano alcuni trucchi
naturali per
migliorare la qualità del vino prodotto. Ad esempio, quando
la
qualità dell’uva non era perfetta, si aggiungevano
al
mosto in fase di fermentazione basilico e petali di rose, in modo da
aromatizzare il vino e mascherare il sapore e l’odore di
muffa.
Per dare invece una colorazione più intensa al vino rosso
venivano usati i frutti dell’uva di Spagna, detta in dialetto
pegna strommele,
una pianta tintoria di origine americana introdotta in Europa dagli
Spagnoli e spontaneizzata sull’isola già dalla
prima
metà dell’Ottocento.
La vinaccia rimasta nel torchio, ‘u
trocchie,
veniva distesa nel palmento e lasciata fermentare con
l’aggiunta
di acqua per circa tre giorni; da questa operazione si otteneva un
vinello chiamato saccapann,
utilizzato per il consumo giornaliero del contadino.[3]
La fine
della vendemmia
si festeggiava con una grande tavolata all’aperto, dove si
banchettava con pasta al sugo di coniglio, il vino vecchio spillato nei
boccali di terracotta (detti arciulo e pizzepapere) e il tipico
coniglio alla cacciatora cucinato nel tegame di argilla, il tian’.
I
festeggiamenti talvolta proseguivano con danze e canti.
Terminata la fermentazione, la botte
veniva chiusa
con un tappo di sughero ricoperto di sabbia e il vino era lasciato a
decantare fino al mese di febbraio quando, con la luna crescente, il
contadino eseguiva la “sfecciata”, ossia separava
il vino
dalla feccia e lo travasava. Neanche la feccia rimasta sul fondo della
botte andava sprecata, anzi se ne ricavava un altro vinello, la
“culatura”, che veniva bevuto dagli agricoltori nel
periodo
della potatura delle viti.[4]
Antiche cantine
Le antiche cantine o cellai dei
contadini, oltre a
documentare le fasi della vinificazione, rappresentano un
caratteristico esempio di architettura rurale. La struttura ricorrente
prevede un tetto a volta sorretto da archi di pietra, un ambiente
centrale dove venivano sistemate le botti in ciliegio e castagno, vani
laterali per il deposito di attrezzi e di bottiglie, e il palmento.
Piccoli forni a legna servivano per la bollitura del mosto da cui si
produceva il vino cotto. La porta del cellaio era costituita da una
parte inferiore in legno massiccio e da una superiore divisa in
riquadri aperti di circa venti centimetri. La ventilazione della
cantina era ottenuta tramite alcune aperture praticate di lato o sul
fondo, dette ventarole.
Le cantine servivano anche alla conservazione degli alimenti, in
particolare dei prodotti della macellazione del maiale.[5]
Alcuni cellai scavati nel tufo verde
sono ancora
visibili lungo il percorso della Pannoccia, una mulattiera che, con
notevole dislivello, dalla località Monterone a Forio
conduce al
bosco della Falanga e alla chiesa
di S. Maria a Monte.
La strada è detta sentiero dell’uva proprio per la
presenza di poderi e cellai che ne fanno una significativa
testimonianza dello sforzo compiuto dalle comunità contadine
per
poter raggiungere, lavorare ed insediarsi in terreni in forte pendenza.
Uno dei cellai di maggiori dimensioni
è
quello di proprietà di don Antonio che reca
sull’architrave dell’ingresso la data A. D. 1677.
L’interno, oltre ad un ampio palmento, presenta alcune travi
di
castagno utilizzate per appendere le derrate, sospese al soffitto con
ganci di tufo.
I cellai in tufo verde garantivano
un’ottima
conservazione del vino grazie alla presenza di prese d’aria
per
la ventilazione ed all’isolamento termico dovuto allo
spessore
del tufo.[6]
In alcuni cellai di Forio, di Serrara e
di Barano la
vendemmia e la vinificazione si svolgono ancora secondo i metodi
tradizionali, mentre le aziende di maggiori dimensioni hanno introdotto
nelle proprie cantine tecniche moderne e meccanizzate.
[1]
G. Sollino, Ischia
Verde. Itinerari ecologici e botanici, Casamicciola Terme,
Il Tirso, Valentino Editore, 2002, p. 99.
[2]
A.
Polito, Com’era
il mio paese, Forio, Centro di Ricerche Storiche
D’Ambra, 1991, p. 207.
[3]
G.
Barbieri, Forio. Nella
storia, nell’arte, nel folklore, Forio,
Biblioteca Privata “G. Barbieri”, 1987, p. 260.
[4]
G.
Barbieri, op. cit., p. 262. In
passato esisteva il “fecciaiuolo”, specializzato in
questa
operazione (comunicazione personale di Andrea D’Ambra).
[5]
G.
Sollino, op. cit., p. 100.
[6]
N.
D’Arbitrio, L. Ziviello, Ischia.
L’architettura rupestre delle case di pietra,
Napoli, ESI, 1991, pp. 52-53, p. 131.