logo
Section Tradizioni/Feste popolari/Il Carnevale di Monterone

Il Carnevale di Monterone

di Raffaella Di Meglio

La cittadina di Forio si è distinta anche per i festeggiamenti legati al Carnevale. Fin dal XVI sec. vi si svolgevano manifestazioni e spettacoli di vario tipo, talvolta licenziosi, tanto che le istituzioni religiose locali si trovarono costrette a prendere provvedimenti al fine di contrastare le pagane distrazioni carnevalesche e di ricondurre la popolazione al rispetto della Quaresima. Come hanno messo in luce le ricerche d’archivio svolte da Agostino Di Lustro, fin dal 1585 nella chiesa di S. Maria di Loreto furono istituiti i “Carnevaletti”, giorni di adorazione eucaristica precedenti il carnevale, volti a riparare i peccati commessi in occasione di questa festa. La Confraternita di Visitapoveri già nel corso del XVII sec. destinava una parte del bilancio all’adorazione prolungata delle Quarantore, da svolgersi per una giornata intera in alcune domeniche di quaresima.

Nel Seicento i giovani foriani si recavano nel capoluogo partenopeo per prendere parte agli spettacoli organizzati dai nobili napoletani: una fonte reperita ancora da Di Lustro documenta che in occasione del carnevale del 1617 a Napoli il viceré don Pedro Giron duca di Ossuna volle organizzare nel suo palazzo sfilate di donne in costume. Tra queste giunsero da Forio circa novanta fanciulle, ognuna delle quali portò in offerta al viceré e alla sua consorte un cesto ricolmo di frutta, ortaggi e persino un porcellino ed un capretto.

Durante il Carnevale era lecito sovvertire le norme morali ed i ruoli sociali. In località Monterone alla fine della prima guerra mondiale nacque una manifestazione particolare che è sopravvissuta con alcune modifiche fino al 1982. Era un evento liberatorio atteso con ansia dalla popolazione per tutto l’anno, come occasione di divertimento, di baldoria e di sfogo corali, di riscatto, in cui tutto era concesso.

Un comitato di commercianti e artigiani del quartiere organizzava una serie di eventi, culminanti nella processione e nel processo al “Principe Carnevale”. Negli ultimi anni la mattina del martedì grasso furono introdotte anche alcune gare di abilità che avevano luogo lungo le strade del paese: palo della cuccagna, corse nei sacchi, corse con vassoi e bicchieri riempiti di acqua. La sera era invece riservata alla parte più antica e autentica della manifestazione, in cui veniva portato in processione a bordo di un motofurgone un enorme pupazzo di cartapesta raffigurante il Carnevale, alto circa due metri, con le braccia spalancate e un faccione tondo e rubicondo. Il primo pupazzo si chiamava “Francischiello”, in riferimento all’imperatore austriaco sconfitto dall’Italia nella prima guerra mondiale.

La sfilata era introdotta da una colorata e vistosa orchestra di uomini in giacca bianca, fazzoletto rosso al collo e cappello con coccarda, che, camminando con andatura zig-zagante, suonavano la marcia di carnevale con diversi strumenti, alcuni tipici del folclore locale e regionale (suonati anche in occasione di un’altra festa popolare, ‘a vattuta ‘e l’ásteco), altri rudimentali: tamburi, trombe, triccheballacchi, scetavaiasse, mortai e pestelli in bronzo, piatti, pompe da zolfo. Un maestro con un enorme cappello-damigiana sul capo dirigeva questa folclorica orchestra agitando un corto bastone.

Dietro il camion procedevano altri carri sui quali erano sistemate griglie per cuocere salsicce e costolette di maiale, uomini incappucciati con delle candele e ragazze che spruzzavano farina sulla folla con grossi mantici.

Originariamente la processione includeva alcuni particolari significativi, scomparsi nel corso degli anni, che conferivano alla festa una più accentuata ed esplicita impronta provocatoria, anticonformista e licenziosa: il pupazzo veniva trasportato a spalla su una lunga scala come un maiale appena sgozzato con una grossa e lunga rapa posta sul basso ventre, simbolo fallico ed erotico, oltre che allusione alla fertilità e fecondità della natura.

Il dionisiaco corteo raggiungeva la piazza di Monterone, dove il divertimento proseguiva con la gara delle maschere di adulti, la gara delle bevute e degli spaghetti da mangiare senza l’uso delle mani, mentre la folla rumorosa partecipava con grida di incoraggiamento e battute e gli altoparlanti diffondevano arie e marce popolari.

Finalmente si celebrava il processo a Carnevale, lo spettacolo più atteso, che nei primi tempi era animato da improvvisazioni di giudici e testimoni, in cui si dava libero sfogo a rancori e a desideri di rivalsa, i ruoli e le regole si capovolgevano: commentati dagli applausi o dai fischi del coro dei presenti, venivano coinvolti nel processo personaggi locali, rappresentanti dell’autorità sia politica (amministratori disonesti) che sociale (ricchi proprietari terrieri) e religiosa (preti inadempienti), vittime del dileggio e del disprezzo della folla.

Questo processo corale si concludeva inevitabilmente con la condanna alla morte sul rogo di Carnevale, espressa con la formula latina «igne comburatur sic quoad moriatur»: il pupazzo veniva incendiato di fronte al palco.

A conclusione della serata si leggevano sonetti di poeti dialettali foriani, tra cui Giovanni Maltese e Giovanni Verde, altra occasione per ritrovare la propria identità culturale attraverso i personaggi, i temi e le parole delle poesie.


Bibliografia: Di Lustro Agostino, La Confraternita di Visitapoveri a Forio, Bologna, Li Causi Editore,1983, p. 43; Vuoso Ugo, “Il ciclo di carnevale nell’isola d’Ischia”, in Centro di Studi sull’Isola d’Ischia, Ricerche, contributi e memorie. Atti relativi al periodo 1970 – 1984, vol. II, Ischia, 1984, pp. 284-294; Zivelli Pietro Paolo, “Il Carnevale di Monterone”, Ischia Oggi, anno X n. 1, 25 gennaio-24 febbraio 1979, p.4.

print


Contatti Credits Mappa del Sito
logo_forio logo_regione logo_unina
Comune di Forio d'Ischia Regione Campania Dipartimento di Discipline Storiche "E. Lepore"