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Section Tradizioni/Viticoltura/Caratteristiche della coltivazione della vite
di Raffaella Di Meglio

La coltivazione della vite sull’isola conserva ancora tracce dell’antica cultura vitivinicola greca nella forma di allevamento bassa che consente di sfruttare il calore del suolo, nella potatura corta, nell’elevato numero di ceppi per ettaro, nelle varietà selezionate.

Si possono distinguere due aree in base alla modalità di coltivazione della vite, dovute alle differenti caratteristiche geologiche e climatiche del territorio. Il sistema “Greco”, con viti a spalliera localmente chiamate pancata o vigna, caratterizza il versante sud ovest dell’isola, meno piovoso, mentre a nord-est (dal Castiglione alla spiaggia dei Maronti), dove le piogge sono più abbondanti, sono presenti forme di allevamento molto alte su tutori di castagno, riconducibili ai contatti con la civiltà etrusca derivati dalla lavorazione del ferro proveniente dall’isola d’Elba.[1]

La composizione dei terreni isolani li rende particolarmente adatti alla coltivazione della vite, come compresero già i coloni Eubei: le rocce sono di tipo effusivo trachitico e vulcanico (tufi, lapilli e pomici), i terreni sono ricchi di potassio e di sodio, privi o scarsi di anidride fosforica e nel sottosuolo è presente materiale sabbioso e limoso.[2]

D’Ascia nella sua Storia afferma che sull’intero territorio isolano esistevano più di 50 specie di uva, per lo più bianca, dal sapore dolce, dalle quali si ottenevano vini pregiati, generosi, fragranti e ricercati, in particolare il greco, il sorbigno, il codacavallo, il latino.


Chi avrà assaporata la primericcia lugliese, la duretta sanginella, la dolce muscatella, la fragrante malvasia, la rubiconda biancolella, la nutritiva uvapane, la dolve vernaccia, la gustosa zibibba, la speciosa coglionara, la stomatica uva-fragola, la tardiva catelanesca, la leggiera uva-argilla, la dura uva-nocella, la zuccarina sanfilippo, il salvatico lentisco, il codacavallo, il sorbigno, e tante altre specie, potrà allora assicurarsi che alla vigna di Encadde, alla terra di Gerico ha supplito l’isola d’Ischia; ma però vi ha supplito con il lavoro e la persistenza; sì col perseverare al laborioso coltivo di questi alpestri vigneti.[3]


Ancora oggi le varietà di uva, sebbene ridotte a una decina, sono le stesse di secoli fa, coltivate da almeno 300 anni, la maggior parte (90%) a bacche bianche. Sono vitigni autoctoni, alcuni dei quali esistono solo a Ischia: tra i vitigni bianchi i principali sono il Biancolella, Forastera, Arilla, San Lunardo, tra i rossi il Guarnaccia, il Per e’ Palumm o Piederosso e il Cannamel. I vini Biancolella, Forastera, Piedirosso sono stati riconosciuti a denominazione di origine controllata.

Il riferimento finale di D’Ascia al duro lavoro e alla costanza dei contadini allude alla faticosa opera di adattamento della particolare orografia del territorio isolano alla coltivazione della vite, visibile nei terrazzamenti di parracine, muri a secco di tufo verde, tipica pietra locale di formazione subacquea, che delimitano i vigneti sui pendii e sui rilievi montuosi. Con l’affermazione dell’industria turistica legata allo sfruttamento delle acque termali, la coltivazione della vite è stata spostata ancora di più sui pendii, venendosi a configurare come viticoltura di montagna.

I vigneti isolani hanno una durata media di 15 anni; le viti sono appoggiate a spalliere fatte di pali di castagno e canne, come in passato, o di pali di cemento e fili di ferro zincati. Le canne, oltre ad essere utilizzate insieme al castagno per sostenere le viti e per costruire spalliere e pergolati, vengono coltivate lungo i margini dei campi come barriere frangivento. Per legare le viti ai tutori si utilizzano rami di salice. La potatura viene effettuata tra gennaio e marzo a mano. [4]


[1] A. Scienza, M. Borselli, Vini e vitigni della Campania, tremila anni di storia, prefazione di Nicolas Belfrage, Napoli, Agripromos, Azienda Speciale della Camera di Commercio di Napoli, 2003, pp.15-60 (dal testo dell’introduzione in formato .pdf scaricato nel settembre 2005 dal sito Il portale del vino della Regione Campania http://www.vinocampania.it/servizi/Informativi.asp?idMenu=244&S=C), p. 27.

[2] Cfr. S. D’Ambra, “La vite e il vino nell’isola d’Ischia”, 1964, in Centro di Studi sull’Isola d’Ischia, Ricerche, contributi e memorie. Atti relativi al periodo 1944 – 1970, Ischia, 1971, a cura dell’Ente Valorizzazione Isola d’Ischia,p. 575; G. Sollino, Ischia Verde. Itinerari ecologici e botanici, Casamicciola Terme, Il Tirso, Valentino Editore, 2002, p. 96.

[3] G. D’Ascia, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], p. 69.

[4] G. Sollino, op. cit., p. 97.

Vigneti

Collina di Montecorvo con parracine

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