logo
Section Tradizioni/Viticoltura/Cenni storici sulla viticoltura ischitana e foriana
di Raffaella Di Meglio

Origini greche della viticoltura isolana


La vite attirò le prime colonie su questo vulcanico masso – la vite fe’ mutare la tristezza in letizia a queste contrade – la vite abbellì di eterno riso queste colline; e se per poco vi sparse lo squallore, lo dileguò ben presto, apportando abbondanza e ricchezza da riparare ai sofferti danni. [1]


Così D’Ascia nella sua Storia dell’isola d’Ischia (1867) presenta la pianta che a suo parere ha fatto risorgere in Ischia la vigna di Encadde, la terra di Gerico.

La coltivazione della vite sull’isola vanta origini antichissime: in realtà fu introdotta proprio dai coloni greci provenienti dall’Eubea che si insediarono ad Ischia (da loro denominata Pithecusae) nell’VIII secolo a. C.

I corredi funebri ritrovati nella necropoli di Pithecusae a San Montano nel comune di Lacco Ameno comprendono brocche per vino (oinochoai), la forma più diffusa, tazze per bere e crateri, grandi vasi utilizzati per mescolare il vino con l’acqua nei banchetti, che testimoniano la diffusione e l’uso del vino presso la società pitecusana. Una brocca (oinochoe) non bruciata veniva collocata sopra il tumulo di pietre che ricopriva il rogo in cui era cremato il cadavere insieme ad ornamenti personali e vasi: serviva a spegnere le braci con il vino, dopo aver consumato l’ultima libagione, secondo il rituale funerario in uso presso i Greci, quale si ricava dalla descrizione del funerale di Patroclo inserita da Omero nel XXIII libro dell’Iliade.[2]

Uno dei reperti più noti e significativi è la Coppa di Nestore, proveniente dalla tomba a cremazione di un bambino di circa dieci anni: si tratta di una kotyle importata da Rodi sulla quale è inciso un epigramma in tre versi inneggianti al potere inebriante del vino. L’iscrizione, una delle più antiche finora note, databile tra il 730 ed il 720 a. C., allude infatti alla famosa coppa di Nestore descritta nell’XI canto dell’Iliade (vv.618-643): «Di Nestore … la coppa buona a bersi. Ma chi beva da questa coppa, subito quello sarà preso dal desiderio d’amore per Afrodite dalla bella corona». [3]

La natura vulcanica del terreno ed il clima mediterraneo erano due condizioni particolarmente adatte alla viticoltura che, complici anche la sterilità del terreno sfavorevole alla coltura delle piante erbacee e la penuria di pascoli, è diventata nel corso dei secoli una delle principali, se non l’unica risorsa economica dell’isola fino all’avvento dell’industria turistica, grazie ad un duro lavoro di adattamento dei terreni isolani, strappati all’agricoltura a costo di enormi fatiche.

Ulteriore conferma del ruolo rilevante che questa attività ha rivestito nella storia di Ischia sono le interpretazioni etimologiche di alcuni dei numerosi appellativi con cui l’isola è documentata nel corso dei secoli: i nomi Inarime e Aenaria che compaiono nei testi di autori latini come Virgilio, Ovidio, Plinio, Cicerone ed altri, secondo alcuni studiosi deriverebbero dalla parola greca oinos, ossia vino.[4]

Breve profilo storico della viticoltura e del commercio vinicolo in Campania e ad Ischia dalle origini al Settecento

Precedentemente alla colonizzazione greca esistevano in Italia meridionale forme di coltivazione antropofile, soprattutto nei luoghi di civiltà villanoviana e di espansione etrusca. Ma fu soltanto grazie ai coloni Euboici di Pithecusae che dall’VIII-VII sec. a.C. la coltivazione della vite si diffuse in tutta Italia ed il vino, da prodotto alimentare, divenne una merce di scambio. I Greci introdussero inoltre il mito del vino che fu associato al culto di Dioniso, dio protettore della viticoltura, denominato dai Romani Bacco.

In epoca romana, tra la fine del IV sec. e l’inizio del III sec. a. C., la Campania svolse un ruolo centrale nel commercio del vino nel mar Tirreno. I timbri delle anfore utilizzate per il trasporto del vino testimoniano scambi non solo con le città costiere dell’Italia meridionale ma anche con città lontane come Marsiglia e Atene. I Romani apprezzavano molto i vini campani, in particolare il Falerno, spesso citato nelle opere di Marziale, Orazio, Plinio ed esaltato anche da Virgilio.

A partire dal II sec. d. C., la viticoltura entrò in crisi a causa della scomparsa della piccola proprietà e dell’avvento dei grandi latifondi, dove i grandi proprietari preferirono alla coltivazione della vite quella dei cereali, meno rischiosa e meno costosa.

In Campania durante il III e IV secolo la crisi fu aggravata dallo spopolamento delle campagne dovuto anche alle guerre e alle pestilenze.

Con la diffusione del Cristianesimo, che introdusse un nuovo simbolismo del vino legato al sacrificio della Messa, la viticoltura conobbe una significativa ripresa. Pur di evitare l’estirpazione dei vigneti, l’imperatore Teodosio II decise di condannare a morte coloro che spiantavano le viti.

La rinascita commerciale del viticoltura in Campania avvenne in età carolingia, grazie soprattutto all’attività di disboscamento e di bonifica delle campagne svolta dagli ordini monastici, in particolare benedettini. Accanto a questa viticoltura ecclesiastica si diffusero anche una viticoltura laica e signorile e borghese. Tale notevole espansione fu motivata sia dal carattere sacrale del vino sia dalle sue proprietà di prodotto impiegabile in medicina e di bevanda calorica ed evasiva a basso costo.

In epoca medievale Napoli era il porto più importante per l’esportazione del vino verso l’Italia settentrionale e l’area aragonese. [5]

Costretta ad importare molti prodotti, tra cui il grano, l’isola d’Ischia almeno fin dal XIII sec. esportava i suoi vini, principalmente a Napoli, successivamente anche in Liguria, Toscana, Sardegna, Francia; gli stessi governatori cercavano di approfittare di questo fiorente commercio per trarne vantaggi politici ed economici. Sia il medico francese J. E. Chevalley De Rivaz nel suo Descrizione delle acque termo-minerali e delle stufe dell’isola d’Ischia del 1837, che D’Ascia nella sua Storia dell’isola d’Ischia del 1867 riportano la notizia che nel 1295, nel corso della tormentata contesa tra Angioini e Aragonesi per il possesso dell’isola, quando il re Federico II, figlio di Pietro d’Aragona, per recar danno ai Napoletani impose il diritto di un ducato a botte sui vini che si trasportavano da Ischia a Napoli, gli abitanti del capoluogo decisero di vendicarsi invadendo l’isolae con nove galere mandate dagli Angioini. Ischia era allora protetta da una guarnigione di soldati siciliani comandati da Pietro Salvacossa, conte di Bellante che riuscì a sconfiggere i napoletani e a prendere cinque galere angioine con un gran numero di prigionieri. [6]

Nel 1588 il medico Jasolino nella sua opera dedicata alle acque termali isolane elogia i vini di Panza e di Forio e testimonia che venivano esportati in grandi quantità a Roma e in altri luoghi mediterranei.



Vicino a questo luogo è il Casale di Pansa, il quale è in uno delli più belli siti di tutta l’isola, abbondante di buonissimi frutti, d’acqua, e vini d’eccellenza: ma quelli del Giglio dell’istesso Casale so-pra tutti già. Tal che questo Casale e Forio danno grassa di vini a Roma, e a molti altri luoghi mediterranei.[7]


Nel Cinquecento i vini isolani erano apprezzati anche per le virtù igieniche e terapeutiche ad essi attribuite.

Nella seconda metà del XVI secolo il commercio marittimo di vini aveva dunque una notevole portata tanto che, scrive D’Ascia, Alfonso d’Avalos Marchese del Vasto tra i vari diritti esigeva quello del falangaggio d’Ischia, ossia grana 5 per ogni barca che partiva da Procida per Ischia, e viceversa[8].

Il vino era un prodotto facilmente soggetto a tassazione. Durante il viceregno spagnolo fu imposto il dazio di un ducato a botte e le Università dell’isola, compresa quella di Forio, per far fronte alle spese, non avendo altre entrate, furono costrette esse stesse ad imporre tasse su varie merci e ad introdurre anche la gabella sul vino per il consumo interno e per l’esportazione, la più odiosa insieme a quella sul pane.[9]

Nel Settecento la viticoltura campana conobbe un nuovo periodo critico dovuto alla eccessiva pressione fiscale, alla moda dei vini francesi e greci e alla rifeudalizzazione del Regno di Napoli.[10]

Economia vitivinicola a Forio nell’Ottocento

Il controverso dazio sul vino rimase per tutto il XIX secolo[11].

All’inizio dell’Ottocento il commercio è ancora fiorente. Lo testimonia Francesco De Siano nel suo Brevi e succinte notizie di storia naturale e civile dell'isola del 1801. Lo studioso fa derivare il nome romano dell’isola, Aenaria, da Oinaria in riferimento all’oinos (vino), il principale prodotto isolano (De Siano riporta il dato di 50.000 botti prodotte in tutta l’isola):



[…] oinaria dunque vinaria; perché fa e traffica copia di vino dentro e fuori lo Stato ai porti di Roma, Toscana, Genova e più oltre: testimonio il ricco negozio del nostro onestissimo e savissimo Amico D. Erasmo Maltese principal cittadino di Forio e di altri bravi negozianti. (Cap. III, nota 7)


[…] Il solo commercio del vino per Genova, e per la spiaggia romana tiene occupata parte della popolazione, altra parte la coltura, e piccol'altra la pesca. (Cap. V)


Sia gli agricoltori che i marinai ed i commercianti di Forio si distinguevano in modo particolare in questa proficua attività. Forio nel 1867 è un comune prevalentemente agricolo, in cui quattro quinti della popolazione è occupata nel settore. Una significativa testimonianza iconografica della società foriana contemporanea è offerta dall’opera dello scultore foriano Giovanni Maltese (1852-1913), che trae ispirazione proprio dalla realtà contadina locale: vari sono i ritratti di personaggi legati alla viticoltura, come La solfatrice, Giovane donna del popolo, Uomo con pipa.

Il vino foriano era particolarmente apprezzato. Lo confermano sia De Rivaz che D’Ascia:



[…] I marinai di Foria, che esportavano in passato la maggior parte dei vini d’Ischia, prima che questo commercio decadesse, passa-no a ragione per bravi e intrepidi, quantunque quelli del resto dell’isola non cedano ai primi per coraggio e abilità. […] [12]


[…] Con lo stato Romano e con la Liguria attivo era il commercio del vino, e Roma e Genova annualmente consumavano tre quarti del prodotto de’ nostri fertili vigneti. I commercianti del Comune di Forio e d’Ischia, a questi traffichi continuati, e profigui, debbano la loro fortuna, e i grossi guadagni; per cui divennero agiati e facoltosi. […] [13]


[…] Bisogna perciò dare questo vanto ai Foriani, di essere i migliori agricoltori, e di coltivare i fondi a preferenza degli altri loro vicini. Non vi son altri i quali sapessero costruire così bene quelle muraglie di pietre a secco, che chiudono i fondi de’ Foriani, e che riparano le vie rurali, che i così detti maestri parracinari di Forio. Il vino di Forio era ricercatissimo in Civitavecchia quando era permessa l’immissione - Vino poderoso, limpido, gustoso – unica fonte di vita di migliaia di famiglie. Meschina è ogni altra industria, ogni altro mestiere, ed ogni professione […][14]


L’uso dell’imperfetto nel testo di D’Ascia è motivato dal fatto che il traffico di vini isolani conobbe un lungo periodo di ristagno a partire dall’epoca napoleonica quando, tramontata la Repubblica di Genova, si interruppe il commercio con questa città. La crisi del commercio vinicolo si aggravò in seguito al divieto di importazione dei vini a Roma. L’esportazione del vino isolano si ridusse al Napoletano fino all’unità d’Italia, quando furono riaperti i porti della penisola, mentre rimase chiuso quello di Civitavecchia.[15] A Forio nel 1867 il traffico marittimo languiva, la marina era ridotta a 19 unità, a causa dei dazi, della chiusura del porto di Civitavecchia, del discredito della carta moneta.

Gli isolani, meno intraprendenti dei vicini procidani, anziché potenziare la marina mercantile con la costruzione di navi di maggior portata adatte a percorsi più lunghi, preferirono ripiegare sull’industria agricola, meno rischiosa.[16]

Del resto le vie del mare erano particolarmente insidiose, frequenti erano i naufragi in cui era facile perdere i preziosi carichi di botti ripiene di vino e in alcuni casi anche la vita. Ne sono testimonianza gli ex voto di marinai conservati nella sacrestia della Chiesa del Soccorso, dipinti risalenti per lo più alla seconda metà del XIX sec., che raffigurano drammatiche e concitate scene di naufragio: vi si vedono velieri in preda alla furia delle acque, marinai che dalle barche cercano di recuperare con funi i compagni caduti in acqua, botti galleggianti tra le onde del mare in tempesta. Un quadro raffigura un gruppo di pescatori che da riva tenta di salvare il carico di una barca in balia delle onde tirando verso la spiaggia le botti di vino scaricate dai marinai per alleggerire l’imbarcazione.

Le sculture di Maltese cui si � fatto cenno e gli ex voto offrono l'occasione per rilevare come anche l'arte foriana, attraverso diverse modalit� espressive, rifletta il peso ed il valore assunto nella realt� locale da un'attivit� che condizionava la vita degli abitanti e caratterizzava il paesaggio. Oltre che negli autobiografici ex voto di marinai impegnati nel trasporto del vino e nell'opera verista di Maltese, la vite compare come elemento decorativo anche nell'iconografia di opere realizzate per alcune chiese tra '700 e '800, quali il pregevole pavimento maiolicato dell'Arciconfraternita di Visitapoveri (1791) ed il pannello maiolicato (1881) che decora la facciata della cattedrale di Forio, raffigurante il patrono del Comune, S. Vito, venerato nel culto locale anche come protettore delle viti.

Epidemia di crittogama (1851-1852)

Una grave penuria di vino fu provocata da una malattia scoperta in Inghilterra nel 1845 dal micologo Berckeley e da lui denominata Oidium tuckeri, che si diffuse in Belgio e in Francia. Nel 1851 la malattia, ignota fino ad allora e dunque senza rimedio, comparve anche in quasi tutta l’Italia e nelle isole, compresa Ischia.

Scrive D’Ascia che “niuno de’ vecchi agricoltori dell’isola d’Ischia si ricordava di aver mai veduto questo flagello del più prezioso frutto, da cui quest’isola ritraeva la sua sussistenza”. Il 1852 fu un anno ancor più drammatico per i contadini ischitani: la malattia attaccò con maggiore intensità le viti isolane e un altro male, chiamato zella, si aggiunse alla crittogama gettando nella disperazione e nella miseria gli abitanti. I vigneti foriani, che in gran parte erano stati risparmiati dalla crittogama, furono distrutti da una violenta grandinata.[17]

Il vino ricavato dai grappoli rimasti fu l’ultimo prodotto sull’isola per alcuni anni, fino a quando, alla fine del 1855, tre Liparoti, Gaetano, Giuseppe e Antonio Sanfilippo, portarono a Ischia il rimedio per la crittogama: lo zolfo. I tre siciliani, secondo il racconto di D’Ascia[18], offrirono agli ischitani il loro aiuto, impegnandosi ad acquistare lo zolfo, a patto che il prodotto salvato venisse diviso a metà. Nonostante la diffidenza e l’incredulità di molti isolani, nella primavera del 1856 iniziò la solforazione, che fu ripetuta altre due volte. L’uva sottoposta al trattamento fu salva. Gli isolani si rivelarono però profondamente ingrati nei confronti dei loro salvatori: non esitarono a spendere grosse cifre per feste religiose, processioni, luminarie, botti, mentre si rifiutarono di riconoscere ai tre benefattori la somma pattuita. Uno dei tre fratelli, Giuseppe, morì addirittura di crepacuore e gli altri due fratelli ritornarono a Lipari più poveri di prima a causa dei debiti contratti per l’acquisto dello zolfo.

La produzione riprese lentamente e ancora nel 1867, anno di pubblicazione della storia di D’Ascia, ammontava a 20.000 a 25.000 botti al giorno, pari a 10-14.000 ettolitri, inferiore di un terzo rispetto al periodo precedente l’epidemia. Ripresero anche le esportazioni, sia in Italia che all’estero.

Economia vitivinicola a Forio nel Novecento

Per arrivare a tempi più recenti, nel 1929, come si ricava dal Catasto Agrario, erano adibiti a vigneto 2.395 ettari per una produzione annuale di 250.000 ettolitri di vino; nel 1950 la superficie vitata era di 2.747 ettari.[19] Nonostante la crisi dovuta alla guerra che causò il declino di alcune aziende, il commercio vinicolo all’ingrosso fino alla metà del XX secolo ha conosciuto un periodo dorato, grazie soprattutto alla produzione della casa D’Ambra: frenetica era l’attività al porto di Ischia (il lago trasformato in porto da Ferdinando II di Borbone nel 1854) dove il vino, per lo più bianco, custodito in “carrati” di castagno da 700 litri, veniva caricato sulle vinaccere o varcelle e sui motovelieri che lo trasportavano nei grandi centri di smercio regionali, Genova e Trieste o in Francia e in Germania[20].

La produzione vitivinicola isolana era allora caratterizzata da proprietà molto frammentate e polverizzate; le forme prevalenti erano la conduzione diretta del coltivatore e quella con salariati e partecipanti.[21]1 Ciò rendeva la viticoltura isolana e campana in generale arretrata dal punto di vista delle tecniche, ancora primitive, e poco competitiva sul mercato rispetto a quella francese.

Negli anni Sessanta il boom turistico ha trasformato radicalmente il volto dell’economia e del paesaggio isolani, l’industria alberghiera ha progressivamente soppiantato quella agricola, l’incontrollata speculazione edilizia alterato irrimediabilmente il territorio, sottraendo manodopera e superficie alla viticoltura. I dati sono eloquenti: nel 1961 la produzione era scesa a 121.000 e nel 1985 addirittura a 70.000 ettolitri; nel 1990 la superficie vitata è di 900 ettari, diminuita a 600 nel 2002. [22]

Nel 1960, quando si era già affermato il turismo, il Comune di Forio, sulla base di sondaggi svolti per ogni zona, vantava la più abbondante e qualificata produzione vinicola: distinto in 24 zone viticole, di cui ben 8 appartenenti alla denominazione “Ischia Superiore”, aveva una superficie vitata complessiva di 727 ettari e una produzione complessiva di 50.200 ettolitri.[23]

Nonostante le difficoltà e i cambiamenti, nel 1966, primi in Italia meridionale, i vini d’Ischia prodotti dalla Casa vinicola D’Ambra hanno ottenuto il marchio D.O.C. Ancora oggi i vini isolani sono ricercati sul mercato ed esportati in tutto il mondo.

Attualmente si producono sull’isola circa 50.000 quintali di uva su 500 ettari di vigneti.


[1] G. D’Ascia, Storia dell’isola d’Ischia, Arnaldo Forni Editore, 2004 [Rist. 1ª ed. 1867, Napoli, Stab. Tip. Di Gabriele Argenio], p. 68.

[2] G. Buchner, C. Gialanella, Museo archeologico di Pithecusae, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato Libreria dello Stato, Roma, 1994, p. 19.

[3] G. Buchner, C. Gialanella, op. cit., pp. 24, 68.

[4] G. D’Ascia, op. cit., pp. 11-12.

[5] Per la storia della viticoltura campana cfr. A. Scienza, M. Borselli, Vini e vitigni della Campania, tremila anni di storia, prefazione di Nicolas Belfrage, Napoli, Agripromos, Azienda Speciale della Camera di Commercio di Napoli, 2003, pp.15-60 (dal testo dell’introduzione in formato .pdf scaricato nel settembre 2005 dal sito Il portale del vino della Regione Campania http://www.vinocampania.it/servizi/Informativi.asp?idMenu=244&S=C).

[6] G. D’Ascia, op. cit. pp. 123-124; J. E. De Rivaz Chevalley, Descrizione delle acque termo-minerali e delle stufe dell’isola d’Ischia, terza edizione, Napoli, 1837, edizione a cura di La Rassegna d’Ischia, Lacco Ameno, 1999, cap. I, par. 3, p. 15 (testo in formato .pdf scaricato nel settembre 2005 dal sito La Rassegna di Ischia http://www.larassegnadischia.it/Letteratura/Opere/elencolibri.htm).

[7] G. Iasolino, De’ Rimedi naturali che sono nell’isola di Pithecusa Hoggi detta Ischia, Lacco Ameno, Imagaenaria, 2000, Libro I, cap. III, p. 25.

[8] G. D’Ascia, op. cit., p. 318.

[9] I. Delizia, Ischia. L’Identità negata, Napoli, ESI, 1987, p. 145 e appendice documentaria p. 152.

[10] A. Scienza, op. cit., p. 38.

[11] Lo documentano numerose delibere raccolte nei registri dell’Archivio Comunale. Tra queste un atto decurionale del 4 luglio 1841 avente per oggetto una supplica per ottenere l’abolizione del dazio sui vini isolani esportati a Napoli.

[12] J. E. De Rivaz Chevalley, op. cit., cap. I , par. 3, p. 18.

[13] G. D’Ascia, op. cit., p. 318.

[14] G. D’Ascia, op. cit., p. 364.

[15] G. D’Ascia, op. cit., pp. 319-320.

[16] G. D’Ascia, op. cit., p. 319.

[17] G. D’Ascia, op. cit., pp. 297-299.

[18] G. D’Ascia, op. cit., pp. 299-301.

[19] S. D’Ambra, “La vite e il vino nell’isola d’Ischia”, 1964, in Centro di Studi sull’Isola d’Ischia, Ricerche, contributi e memorie. Atti relativi al periodo 1944 – 1970, Ischia, 1971, a cura dell’Ente Valorizzazione Isola d’Ischia, pp. 575-576.

[20] Cfr. “La famiglia D’Ambra. Commerci con l’estero”, in Casa D’Ambra http://dambravini.com (settembre 2005).

[21] S. D’Ambra, op. cit., p. 576.

[22] G. Sollino, Ischia Verde. Itinerari ecologici e botanici, Casamicciola Terme, Il Tirso, Valentino Editore, 2002, pp. 95-96.

[23] S. D’Ambra, op. cit., p. 578.

Coppa di Nestore, VIII sec. a. C., Lacco Ameno, Museo Archeologico di Pithecusae

Giovanni Maltese, Giovane donna del popolo, 1882 ca., Torrione, Museo Civico Giovanni Maltese

Ex voto, 1865, chiesa del Soccorso, sacrestia

Ex voto, 1864, chiesa del Soccorso, sacrestia

Ex voto, chiesa del Soccorso, sacrestia

Giovanni Maltese, Solfatrice, 1882, Palazzo Municipale

Attrezzi per la solforatura, Panza, Museo Contadino di Casa d'Ambra

Varcella nel porto di Ischia, 1924, fotografia conservata nel Museo Contadino di Casa d'Ambra

Part. pavimento maiolicato della chiesa di Visitapoveri, 1791

Part. pavimento maiolicato della chiesa di Visitapoveri, 1791

Part. maioliche del parapetto della chiesa del Soccorso, XIX sec.

Part. pannello maiolicato, facciata chiesa di S. Vito, 1881

Part. pannello maiolicato, facciata chiesa di S. Vito, 1881

print


Contatti Credits Mappa del Sito
logo_forio logo_regione logo_unina
Comune di Forio d'Ischia Regione Campania Dipartimento di Discipline Storiche "E. Lepore"